Una sfera di righe bianche e nere che si torcono e si avvolgono su sé stesse, su fondo nero

La grafica che vibra

omaggio a Franco Grignani

Franco Grignani, architetto prestato alla grafica, cominciò negli anni Cinquanta a fare quello che solo a metà degli anni Sessanta avrebbe avuto un nome: Op Art. Quando la parola arrivò, lui aveva già alle spalle anni di torsioni, trame, superfici che pulsano, più di quattordicimila esperimenti in una vita. Lavorava con macchina fotografica, vetri, pennelli e obiettivi imperfetti, e otteneva immagini ferme che l'occhio percepisce in movimento.

Nel 1964 nacque il marchio della Pura Lana Vergine, firmato ufficialmente da Francesco Saroglia; da decenni la paternità è attribuita a Grignani, e la storia non è mai stata chiarita del tutto. Si racconta che l'idea gli sia venuta a pranzo, tracciando con i rebbi della forchetta una rotazione di archi sulla tovaglia bianca. Quel gomitolo a nastri sta ancora sulle etichette.

Il movimento non ha bisogno di muoversi, basta che l'occhio lo creda. Le sue geometrie instabili arrivavano dritte al sistema nervoso, prima del pensiero, e lui parlava apertamente di psicologia della visione.

Oggi che i computer possono muovere davvero qualsiasi cosa, la sua lezione è diventata un criterio di qualità. Il movimento percepito è più forte del movimento vero, un'immagine che vibra trattiene l'occhio più a lungo di un'animazione che si agita, e metà del motion design contemporaneo è rumore proprio perché muove tutto invece di far vibrare qualcosa. La vibrazione si costruisce dentro l'immagine, prima che arrivi l'animazione.

Anche qui Grignani è arrivato prima. Faceva motion design senza software, e senza un solo fotogramma in più. Ne parlo perché quello stile, geniale e vivo, oggi non lo vedo quasi più.